Ema è una dottoressa appena andata in pensione che riesce a vedere i morti. Li vede da sempre.
La cosa interessante è che non sembrano nemmeno fantasmi nel senso in cui siamo abituati a pensarli. Non arrivano accompagnati da porte che sbattono, apparizioni improvvise o gente che corre urlando per casa. Sono presenze. Stanno lì. Fanno parte della vita di Ema quasi quanto i vivi.
Ed è probabilmente questa la cosa che mi è piaciuta di più di Mis muertos tristes, la miniserie di Pablo Larraín arrivata su Netflix: il soprannaturale diventa quotidiano e proprio per questo riesce a essere profondamente inquietante.
La serie è tratta dai racconti della scrittrice argentina Mariana Enriquez, una delle voci più interessanti dell'horror contemporaneo. Il punto di partenza è il racconto Mis muertos tristes, ma Larraín costruisce la storia incorporando personaggi e situazioni provenienti anche da Julie, Un lugar soleado para gente sombría e Cuando hablábamos con los muertos.
Ed è importante saperlo, perché in qualche modo si vede.
Quattro racconti dentro una sola storia
All'inizio seguiamo soprattutto Ema, interpretata da Mercedes Morán, mentre cerca di convivere con un dono che ha cercato di ignorare per tutta la vita.
Poi arriva sua nipote Julie.
Anche lei può comunicare con i morti, ma il suo rapporto con loro è molto diverso da quello della zia.
Intanto, nel quartiere di Piedrabuena, l'omicidio di tre adolescenti rompe un equilibrio già parecchio instabile e da quel momento la storia si amplia.
Quello che apparteneva soltanto alla vita di Ema diventa progressivamente qualcosa che riguarda un'intera comunità.
Ed è qui che si percepisce maggiormente la natura particolare dell'adattamento. Larraín non sta sviluppando un unico racconto per quattro episodi: sta cercando di far convivere storie nate separatamente.
A volte funziona benissimo. Altre volte si sente il cambio di direzione.
È probabilmente anche per questo che Mis muertos tristes sta dividendo così tanto la critica: c'è chi ha apprezzato la contaminazione tra i diversi racconti e chi ha trovato il risultato frammentario.
Quella frammentarietà l'ho percepita anch'io. Solo che c'è qualcosa che mi ha impedito di staccarmi dalla serie.
La sua atmosfera.
C'è sempre qualcosa che sembra fuori posto
Mis muertos tristes è cupa, malinconica, straniante e a tratti persino assurda. Soprattutto, dà continuamente la sensazione che qualcosa non sia esattamente dove dovrebbe essere.
Larraín costruisce un mondo nel quale vivi e morti occupano quasi lo stesso spazio e progressivamente il confine tra gli uni e gli altri diventa sempre meno importante.
Perché i fantasmi, alla fine, non sono davvero il problema.
Mariana Enriquez aveva descritto il progetto con un'idea molto precisa: l'elemento terrificante non sta nei fantasmi, ma in quello che la società nasconde.
Ed è esattamente ciò che succede qui.
Piedrabuena è attraversato dalla violenza, dalla povertà e dall'abbandono. Larraín ha parlato di persone e classi dimenticate, e i morti finiscono per diventare la presenza fisica di tutto quello che i vivi hanno provato a ignorare.
Famiglie, quartieri, intere società possono tentare di seppellire qualcosa.
Il problema è che, in questa serie, ciò che viene sepolto continua a camminarti accanto.
Un horror che non ha bisogno di spaventarti
Se cercate una serie horror costruita sui jumpscare, Mis muertos tristes probabilmente non è quella giusta.
Qui l'inquietudine arriva lentamente.
Sta negli spazi, nei corpi, nelle conversazioni e soprattutto nella normalità con cui accadono cose che normali non dovrebbero esserlo affatto.
Ed è una scelta che può affascinare oppure lasciare completamente fuori.
Io sono rimasta dentro.
Anche quando ho percepito le cuciture tra i diversi racconti, anche quando la storia sembrava prendere una strada diversa da quella che mi aspettavo, volevo continuare a stare in quel mondo così malinconico e storto.
E poi c'è un'altra caratteristica che ormai merita quasi di essere segnalata come un evento eccezionale: sono quattro episodi.
Quattro.
Durano tra i 47 e i 56 minuti e raccontano quello che devono raccontare senza trasformare una storia in otto ore di permanenza forzata.
Curiosamente, al Festival di San Sebastián Mis muertos tristes è stata presentata anche in forma di lungometraggio. E forse questo aiuta a capire la sua natura: più che una serie tradizionale, sembra un'unica storia che cambia forma mentre procede.
Non sempre in maniera perfettamente fluida.
Ma abbastanza da avermi coinvolta.
Perché alla fine i fantasmi di Mis muertos tristes non fanno davvero paura.
A inquietare è il motivo per cui continuano a rimanere lì.
